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E cambia il vento, ma noi no

aliceindustland:

Non sono nata qui. Sono figlia di un’altra patria perchè son figlia di emigranti, parlavo 3 lingue già a 6 anni, ho fatto in tempo ad imparare prima di tornare nella terra dei miei, che adesso è la mia terra.

Qualche giorno fa ho rivisto delle lontane parenti. Son pure loro di qui e emigrate lì, son le persone che hanno accolto mio padre e suo fratello quando poco più che ventenni son andati a cercar fortuna lì dove andavano tutti, ammetto che ci sarebbero pure riusciti se non fosse che mio padre s’è stufato e gli mancava la terra, la sua, quindi ha mollato tutto e siam tornati.

Queste lontane parenti erano più di trent’anni che non tornavano. Nel 1954 si imbarcarono sulla Andrea Doria, voi sapete di che nave si tratta? Inaugurata un anno prima, affondata due anni dopo, anche quella un degno simbolo dell’eccellenza italiana (cioè che le navi le sapemo pure fa’, ma poi nun le sapemo guidà, chest’è: una storia italiana). Erano ancora piccole e provenienti dalla campagna del sud, la campagna degli anni ‘50, nell’immediato dopo guerra, e sbarcarono a New York un freddo giorno di febbraio, loro ricordano solo il freddo, la nebbia, il buio, la mancanza di sole, gli uomini di colore che vedevano per la prima volta nella loro vita e i film western che proiettavano sulla nave, al punto che si convinsero che la terra promessa fosse come nei film e gli americani tutti cowboy a cavallo, invece no.

Il padre le aspettava lì, arrivato anni prima,la terza di loro non l’aveva neppure mai vista, lei aveva 5 anni e chiamava ogni uomo papà.

Il nonno di queste fanciulle, nonché un mio prozio, anche lui emigrò a metà degli anni ‘20, lasciò moglie e due figlie in Italia (una come appena detto poi emigrata negli Stati Uniti e una finì in Brasile) e prese, quindi, la volta dell’America.

Negli anni ‘20 partivi, non sapevi se arrivavi e se arrivavi probabilmente ti toccava scontare la quarantena, la famosissima quarantena degli immigrati ad Ellis Island.

Voi lo sapete cosa era Ellis Island? Un isoletta filtro al quale, gli immigrati in entrata negli stati uniti, dovevano sottoporsi per essere accettati, (guardatevi i video)

Questo mio pro zio riuscì ad entrare a New York e ancora in casa di questi miei parenti l’attestato di accettazione è appeso ad un muro, come un trofeo, un premio per essersi meritati la cittadinanza, un premio per essere stati ammessi al proprio futuro.

Solo che un paio di anni dopo questo sfortunato parente, morì di meningite, come lo so? Una delle nipoti ha indagato, andò al consolato e trovò una lontana parente, che conosco anche io, che a sua volta lavora come diplomatica, in quel periodo nel New Jersey, negli anni ‘80 in Giappone (e qui ci starebbe un altro post) e negli anni ‘90 in Inghilterra, adesso è tornata qui io l’ho conosciuta e ne sono grata alla vita.

Insomma sto mio prozio lasciò in Italia la moglie che non si è mai più risposata, ha sempre minacciato i pretendenti con un’accetta, ha cresciuto due figlie da sola lavorando la terra, allevando animali, facendo l’ostetrica e la chiropratica, tutto questo nella prima metà del 1900. Successivamente, negli anni ‘60 ha raggiunto la figlia e le nipoti in America, quando sono nata io lei era ancora viva.

Un’anziana che mi insegnò a fare il numero della polizia in caso di emergenza (mi faceva fare le prove) e che avvelenò l’albero dei vicini facendolo seccare perchè le faceva ombra durante il giorno. Ha rigato pure una macchina parcheggiata davanti casa perchè le stava sul cazzo il proprietario.

Verso la fine degli anni ‘70 mio padre e mio zio raggiunsero questo colorito gruppetto e furono accolti, protetti e trattati come se fossero sempre stati una grande famiglia, un paio di volte dovettero pure pagare cauzioni, che ve lo dico a fare.

Adesso dopo più di 15 anni le ho riviste ed è stato un bellissimo regalo che la vita mi ha fatto.

Sto scrivendo tutto questo perchè dopo poco più di un anno dal ritorno nella terra dei miei sto rifacendo per l’ennesima volta gli scatoloni per una nuova partenza, mi porto dietro sempre meno cose, ci metto sempre meno tempo, il disagio è sempre lo stesso.

Capire quali esigenze riempire, quali prevedere, scoprire che serve sempre meno roba perchè si hanno sempre meno illusioni, barche non ne ho mai prese, non per fuggire, a volte sono affondata pure io, ma son sempre rimasta viva, ho sempre vissuto ovunque come fosse casa mia e lo so che questo mio vagare è questione di sangue e abitudini, ma è anche per questo che so cosa vuol dire.

Siamo un popolo di migranti e non parlo degli Italiani, l’umanità è un popolo di migranti, per esser clandestini non serve cambiare terra, non serve cambiare continente e chi non ha mai avuto una crepa nella barca, chi non è mai affondato vuol dire che non ha mai rischiato.

Io mi stupisco davvero troppo nel sapere che c’è gente che non si rende conto che il mondo appartiene a chiunque e non devono esistere barriere, chi non ha mai preso una barca per fuggire non può capire quanto coraggio ha chi lo fa, quanta disperazione e quanta speranza ripone nella vita e quanto quindi valga come umano, mi stupisco perchè in questa realtà ci son nata e cresciuta e forse esser straniera è una fortuna.

Almeno io lo sento quando cambia il vento e preparo la vela.

E lo so che lascerò il mare, ma il vento sta cambiando pure qui.

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Il diritto di sposarsi con chi si vuole è un diritto umano elementare, assai più importante del “diritto di frequentare una scuola integrata”, del “diritto a sedersi dovunque si voglia sul pullman”, o del “diritto di entrare in qualsiasi albergo, in qualsiasi area ricreativa, in qualsiasi luogo di divertimento, a prescindere dalla propria razza o dal colore della propria pelle”.
Hannah Arendt (visto il tema attuale, e visto che oggi è l’anniversario della sua nascita. Nel caso della citazione specifica, datata 1959 apparsa in un articolo intitolato Reflections on Little Rock, la Arendt si riferiva al divieto di matrimonio interrazziale, ma la sostanza non cambia)

(Source: paz83)

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