Enzo e la gente (cioè Enzo, noi e il pacco) di Gino e Michele
Siamo nel 1980. E’ il periodo in cui lavoriamo “come hobby” a Radio Popolare. E’ lì che abbiamo cominciato in tanti e da lì che per noi è cominciato tutto. Stavamo per decidere di abbandonare definitivamente i nostri vecchi lavori da impiegati per diventare liberi professionisti della scrittura, soprattutto comica. In quegli anni Maurizio Costanzo aveva fondato per il gruppo Rizzoli un giornale, popolare alla maniera inglese, che aveva chiamato L’occhio. Nel nostro spazio di satira a Radio Popolare avevamo deciso di fare il verso a quell’iniziativa inventandoci L’orecchio, cioè l’antitesi dell’Occhio, anche perché era da ascoltare e non da leggere. Ci mancava una sigla, naturalmente la chiedemmo a Enzo, sensibile a noi, a Radio Popolare, a tutto ciò che andava contro l’informazione ufficiale. Jannacci stava finendo un ellepì (allora erano ancora vinili) che doveva intitolarsi Musical, dal titolo del pezzo, bellissimo, più importante dell’album (… “tu che non parli nemmeno se putacaso domani ci chiudono tutta la fabbrica, mi guardi come si guarda un parente e mi dici ‘questo è il momento del musical’… “). Sapevamo che era una richiesta disperata perché non aveva tempo, era sempre in sala d’incisione. Ma Enzo se non lo prendevi per la testa lo prendevi per il cuore e se non lo prendevi per il cuore lo prendevi per le budella… Portammo, sapendolo, il testo scritto a mano alla sua portineria.
La sigla, nei nostri intenti, si doveva chiamare Ci vuole orecchio e in tre strofe più quattro ritornelli cercavamo con una specie di parallelismo tra la società e il mondo della musica, di spiegare quanto fosse difficile sia culturalmente, che umanamente, che politicamente svolgere il ruolo di intellettuali facendosi capire dalla gente. La nostra convinzione era (e per fortuna lo è ancora) che il massimo della vita, per un artista o di un intellettuale, è saper fare le cose in modo intelligente e il più possibile “alto”, senza perdere i contatti però con il reale, cioè per intenderci con i tuoi vicini di casa che incontri dal panettiere…
Il testo consegnato a Enzo: sette blocchetti in rima fatti di sassofoni che suonano da soli mentre la base va dall’altra parte e di “chi perde il ritmo si deve ritirare, non c’è più posto per chi vuol far da solo”, eccetera. Naturalmente, in seguito, proprio perché farsi capire è la cosa più difficile in assoluto, di tutta questa spatafiata – base e avanguardie – è arrivato ben poco alla gente che ha decretato il successo di questa canzonetta, diventata di lì a qualche settimana una hit. La canzone era orecchiabile e divertente. Già, perché poi la sigla Jannacci la musicò, e gli piacque così tanto che non potemmo usarla per la nostra trasmissione: la volle nel sul disco. Addirittura divenne il titolo del 33 giri che uscì di lì a poco.
Sette blocchetti in rima per un concetto riassumibile in otto parole: bisogna avere il pacco immerso dentro al secchio. Ecco: Jannacci aveva aggiunto questa semplice frase al nostro ritornello, interpretando in una riga/immagine un nostro arzigogolo infinito… Il Genio. Quello che ha distinto l’irraggiungibile Maradona dal bravo portaborracce Salvatore Bagni è esattamente questa cosa. Il secondo, cioè noi, è stato un bravo e onesto calciatore, l’altro il più grande numero 10 della storia. Perché?… “perché ci vuole orecchio, ma soprattutto bisogna avere il pacco immerso, intinto dentro al secchio. Bisogna averlo tutto, tanto, anzi parecchio”. FONTE: Il Fatto quotidiano, 8 aprile 2013